Grande successo per il ritorno del cantautore americano
di Edoardo Gandini
Lo avevamo lasciato quest’estate nella suggestiva cornice del Cortile del Castello Estense, in un elegante completo nero nell’afoso luglio ferrarese, e lo ritroviamo a novembre in uno dei club storici di Bologna, il Covo, in maglietta a maniche corte e berretto ("cento per cento italiano", ci tiene a sottolineare). Stiamo parlando di John Grant, ovviamente, di nuovo in Italia e di nuovo nel capoluogo emiliano ("l’ultima volta in una chiesa", ricorda lui stesso ai presenti) per l’ennesima tappa del suo interminabile tour. Una personalità dolce e profondamente ironica visibilmente in contrasto con la stazza dell’artista, due metri d’altezza e fisico tutt’altro che asciutto che gli sono valsi il soprannome di Gigante Buono. E il soprannome sembra effettivamente calzargli a pennello fin dal primo momento, in cui dialoga gentilmente con un educatissimo pubblico (è giusto sottolinearlo quelle poche volte che succede), lasciandosi andare in battute e sentite, e contagiose, risate.
Il concerto vero e proprio inizia alle 22.45 circa, in una sala tanto stretta quanto appassionata impegnata a rimarcare con un forte applauso ogni movimento del gigante americano che, da parte sua, risponde quasi imbarazzato dando sfoggio, già solo parlando, di una voce cavernosa capace di percorrere la lunga platea del Covo fino ad arrivare dritta nel cuore dell’ultimo pagante. In pochi istanti l’atmosfera si riempie con le note di You Don’t Have To, romantica e divertente ballata eseguita in piedi davanti al microfono; la semplice e geniale melodia si insinua in ogni parte della sala, meravigliando e sbigottendo fan e neofiti.
Ogni brano viene preceduto da una divertente presentazione in cui John Grant racconta le sensazioni che lo hanno portato a scrivere di un tema rispetto ad un altro, dilungandosi spesso anche in particolari estremamente privati, come nel caso di Tc Honeybear, suo pezzo preferito da cantare, pensato mentre era ancora a letto con il fidanzato o la splendida I Wanna Go To Marz, dedicata come di consueto alla nonna. L’esibizione continua per un’ora e quarantacinque minuti circa, in cui il cantautore americano riproduce tutti i brani presenti nel suo capolavoro Queen Of Denmark, con l’aggiunta di altri successi come Vietnam e Drug. Il pubblico, letteralmente in visibilio, viene ripagato da l’ex leader dei Czars prima con un bis composto da due pezzi ("Non è propriamente un bis dal momento che non possiamo uscire e rientrare" dice notando che il palco non dispone di uscite laterali) e poi con un ulteriore brano, Silver Platter Club, dopo una ovazione di qualche minuto.
Ammetto che, dopo le esibizioni nella chiesa di Sant’Ambrogio e nel Cortile del Castello Estense, l’atmosfera da club tipica del Covo mi avesse inizialmente lasciato perplesso, invece l’intimità di un locale in cui l’artista, per tornare nei camerini, deve passare in mezzo al pubblico ha reso il concerto di sabato sera ancora più intenso. Performance perfetta e una simpatia contagiosa si sono rivelate le migliori frecce nella faretra dell’americano che, come al solito, ha conquistato i nuovi ascoltatori e soddisfatto a pieno i vecchi. La voce di John Grant, che ricorda pesantemente quella di Elton John, è rimasta impressa nella mia mente e nel cuore fino a quando non mi sono addormentato, fungendo tra l’altro da splendida ninnananna.
Salutandovi, allego la scaletta integrale del concerto:
John Grant
1. You Don't Have To
2. Vietnam
3. Sigourney Weaver
4. Where Dreams Go To Die
5. I Wanna Go To Marz
6. Chicken Bones
7. It's Easier
8. Outer Space
9. TC And Honeybear
10. L.O.S.
11. Drug
12. Queens of Denmark
13. Fireflies
14. Caramel
15. Little Pink House
16. Jesus Hates Faggots
17. Silver Platter Club
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